La direttiva europea RED II (2018/2001) ha introdotto per la prima volta una definizione giuridica di “comunità energetica rinnovabile” e ha obbligato tutti gli Stati membri a creare un quadro normativo che ne facilitasse la nascita e lo sviluppo. Sei anni dopo, il panorama europeo è estremamente vario: alcuni paesi hanno migliaia di comunità attive e un mercato maturo, altri (tra cui l’Italia) sono ancora nella fase di avvio. Confrontare le esperienze dei paesi più avanzati con quella italiana è un esercizio utile per capire cosa funziona, cosa non funziona, e quanto tempo serve per colmare il ritardo.
Danimarca: il pioniere delle cooperative energetiche
La Danimarca non ha dovuto aspettare la RED II per scoprire le comunità energetiche. Il paese scandinavo ha una tradizione di cooperative energetiche che risale agli anni ’70, quando i cittadini si associavano per costruire impianti eolici collettivi. Oggi, le cooperative energetiche danesi contano oltre 100.000 membri e possiedono una quota significativa degli impianti eolici e solari del paese.
Il modello danese si basa su cooperative di cittadini (andelsbolig) che finanziano, costruiscono e gestiscono impianti di produzione di energia rinnovabile. Ogni socio investe una quota (tipicamente 1.000-10.000 corone danesi, circa 130-1.300 euro) e riceve un rendimento proporzionale all’energia prodotta dalla sua quota. Il modello è semplice, democratico (un socio = un voto), e profondamente radicato nella cultura danese di partecipazione civica.
Il successo danese si basa su tre pilastri:
Un quadro normativo stabile e semplice. Le cooperative energetiche danesi sono regolate dalla legge sulle cooperative (Andelsloven) e da una legislazione specifica sulle rinnovabili che non distingue tra grandi operatori e comunità di cittadini. Non servono autorizzazioni speciali per costituire una comunità energetica: basta la costituzione della cooperative e la registrazione all’agenzia energetica danese (Energistyrelsen).
Accesso paritario alla rete. Le cooperative energetiche danesi hanno diritto di connessione alla rete elettrica alle stesse condizioni delle grandi aziende produttrici. Il gestore di rete (Energinet) è obbligato a connettere gli impianti delle comunità senza discriminazioni.
Cultura della partecipazione. I danesi sono abituati a partecipare attivamente alla vita comunitaria e a investire in progetti collettivi. La fiducia nelle istituzioni e nel prossimo è alta, e questo riduce i costi di transazione e i conflitti interni.
Il numero di comunità energetiche attive in Danimarca è stimato in oltre 1.000, con una crescita sostenuta.
Germania: il gigante burocratico che funziona
La Germania ha un approccio radicalmente diverso dalla Danimarca, ma altrettanto efficace. Il quadro normativo tedesco per le comunità energetiche è definito nell’EEG (Erneuerbare-Energien-Gesetz) e nel WpHG (Gesetz über die Elektrizitäts- und Gasversorgung), che prevedono diverse forme di partecipazione dei cittadini alla transizione energetica.
Le forme principali sono:
- Bürgerenergiegenossenschaften (cooperative energetiche cittadine): simili alle cooperative danesi, ma con una struttura giuridica più formale (cooperativa registrata con atto notarile e capitale sociale minimo). Le Bürgerenergiegenossenschaften sono oltre 900 in Germania, con circa 200.000 membri.
- Mieterstrommodelle (modelli di elettricità per inquilini): il proprietario di un edificio installa pannelli solari e fornisce elettricità agli inquilini a una tariffa agevolata. Questo modello è particolarmente diffuso nel settore residenziale in affitto.
- Zusammenschluss zum Eigenverbrauch (raggruppamento per l’autoconsumo): simile al gruppo di autoconsumo collettivo italiano. Più consumatori si collegano a un impianto rinnovabile e condividono l’energia prodotta.
La Germania ha un vantaggio competitivo enorme rispetto all’Italia: l’efficienza della pubblica amministrazione e la chiarezza delle procedure. La costituzione di una comunità energetica in Germania richiede 4-8 settimane (costituzione della cooperativa presso il Registro delle Imprese + registrazione all’agenzia di rete locale), contro i 4-12 mesi italiani. I costi burocratici sono inferiori (500-1.000 euro contro i 2.000-5.000 euro in Italia) e l’assistenza da parte delle camere di commercio (IHK) è gratuita e qualificata.
Il numero totale di comunità energetiche attive in Germania è stimato in oltre 2.000 (inclusi i gruppi di autoconsumo), con una crescita accelerata dal 2023 grazie alla crisi energetica.
Olanda: il modello della “energia di quartiere”
L’Olanda ha adottato un approccio particolarmente innovativo, basato sul concetto di “energiewijken” (quartieri dell’energia). L’idea è semplice: invece di costituire un ente giuridico formale, i cittadini di un quartiere si organizzano in gruppi informali per condividere l’energia prodotta da impianti collettivi (solare sui tetti delle scuole, eolico nei parchi, accumulo condiviso).
Il quadro normativo olandese è definito nella Elektriciteitswet (Legge sull’elettricità) e nel Besluit bevordering lokale energie-initiatieven (Decreto sulla promozione delle iniziative energetiche locali). La legislazione olandese è nota per la sua semplicità e per l’attenzione alla riduzione degli oneri amministrativi.
Il numero di comunità energetiche attive nei Paesi Bassi è stimato in oltre 700, con una densità pro-capite tra le più alte d’Europa. Il governo olandese ha fissato l’obiettivo del 50% di energia localmente prodotta e condivisa entro il 2030.
Un aspetto interessante del modello olandese è il ruolo delle municipalità (gemeenten). I Comuni olandesi sono attivamente coinvolti nella promozione e nel supporto delle comunità energetiche, mettendo a disposizione tetti di edifici pubblici, finanziando studi di fattibilità, e semplificando le procedure autorizzative. Questo ruolo attivo dei Comuni è un elemento che manca in Italia, dove la maggior parte degli amministratori locali ignora o ostacola le comunità energetiche per mancanza di conoscenza o per timore di perdere gettito dalle tariffe elettriche.
Italia: il ritardo e le potenzialità
L’Italia ha recepito la RED II con il D.Lgs. 199/2021, ma l’implementazione pratica è stata lenta. Al 2026, il numero di CER operative in Italia è stimato in circa 400-500 (dati GSE), contro le 2.000+ della Germania e le 1.000+ della Danimarca, in un paese con quasi il doppio della popolazione tedesca e dieci volte quella danese.
Le ragioni del ritardo italiano sono note:
Burocrazia eccessiva. La costituzione di una CER in Italia richiede: atto costitutivo, iscrizione al Registro delle Imprese, comunicazione GSE, configurazione del sistema di misurazione, e spesso delibere di assemblee condominiali. Il percorso richiede in media 6-12 mesi e costi di 3.000-8.000 euro (escluso l’impianto).
Mancanza di informazioni. Molti cittadini e amministratori locali non conoscono le CER. Le campagne di informazione del MASE e del GSE sono state insufficienti rispetto al bisogno. In Danimarca e Germania, le associazioni di categoria e le camere di commercio svolgono un ruolo attivo di informazione e supporto. In Italia, questo ruolo è lasciato a poche associazioni (Legambiente, Greenpeace, some cooperative) che non hanno la capillarità necessaria.
Problemi di misurazione. La configurazione del sistema di misurazione per la CER (con contatori telegestiti orari per ogni membro) è un ostacolo tecnico significativo. Non tutti i contatori esistenti in Italia sono telegestiti, e la sostituzione richiede tempi e coordinamento con E-Distribuzione.
Fondi PNRR sottoutilizzati. I 2,2 miliardi del PNRR per le CER nei comuni sotto i 5.000 abitanti sono stati spesi in minima parte. Le ragioni: complessità della procedura GSE, mancanza di capacità progettuale nei piccoli comuni, e ritardi nell’erogazione.
Nonostante il ritardo, l’Italia ha un potenziale enorme. Il clima favorevole del Centro-Sud, l’alto costo dell’energia elettrica (che rende l’autoconsumo più conveniente), e la forte cultura del risparmio familiare sono fattori che potrebbero alimentare una crescita rapida delle CER se gli ostacoli burocratici venissero ridotti.
Cosa l’Italia dovrebbe imparare
Le lezioni dai paesi più avanzati sono chiare:
- Semplificare drasticamente la costituzione. La Danimarca dimostra che basta una registrazione online per attivare una comunità energetica. L’Italia dovrebbe ridurre la procedura a una registrazione GSE online, eliminando l’obbligo di iscrizione al Registro delle Imprese per le CER di piccole dimensioni.
- Coinvolgere i Comuni attivamente. Il modello olandese dimostra che i Comuni sono i facilitatori naturali delle CER. Ogni Comune dovrebbe avere un “sportello energia” che assista i cittadini nella costituzione e nella gestione delle comunità.
- Finanziare la fase di avvio. La Germania e la Danimarca offrono sovvenzioni per i costi di costituzione e per gli studi di fattibilità. L’Italia dovrebbe introdurre un contributo a fondo perduto di 2.000-5.000 euro per ogni nuova CER, coprendo i costi burocratici e di consulenza.
- Standardizzare il sistema di misurazione. Il GSE dovrebbe definire uno standard tecnico unico per i sistemi di misurazione delle CER, pre-certificato dai produttori di contatori, per eliminare la variabilità e i ritardi nella configurazione.
Riferimenti:
- Direttiva UE 2018/2001 (RED II) — Art. 2 e 22, definizione di comunità energetica
- D.Lgs. 199/2021 — Recezione italiana della RED II
- EEG (Germania) — Erneuerbare-Energien-Gesetz
- Energistyrelsen (Danimarca) — Agenzia danese per l’energia
- RVO (Olanda) — Agenzia olandese per le imprese
- REScoop.eu — Federazione europea delle cooperative energetiche
- GSE, Monitoraggio delle CER in Italia — gse.it
- IRENA, “Community Energy: A Practical Guide to Reclaiming Power”
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