Quando accendi il riscaldamento, stai bruciando gas che arriva da migliaia di chilometri di distanza, attraversando deserti, mari, catene montuose, e confini di paesi che potrebbero chiudere domani. L’Italia importa il 95% del gas naturale che consuma. Solo il 5% viene dai giacimenti italiani (Val d’Agri, Adriatico). Il resto arriva da 4 fornitori principali, ognuno con i suoi problemi, le sue fragilità, i suoi interessi geopolitici. In questa guida ti disegno la mappa completa del gas italiano: da dove viene, chi lo controlla, cosa succede se un fornitore si ferma, e perché l’Italia non ha un piano B.
I numeri del gas italiano
L’Italia consuma circa 68 miliardi di metri cubi (m³) di gas naturale all’anno. Di questi:
- 35 mld m³ per produzione elettrica (centrali a gas che producono il 40% dell’elettricità)
- 22 mld m³ per riscaldamento civile (caldaie domestiche e condominiali)
- 8 mld m³ per usi industriali (processi termici, chimica, ceramica)
- 3 mld m³ per usi non energetici (feedstock chimico)
Di questi 68 miliardi, l’Italia ne produce solo 3,5 miliardi (5%). I restanti 64,5 miliardi vengono importati. Ecco da dove.
I 4 fornitori principali dell’Italia
1. Algeria — 28 mld m³ (41% del gas importato)
L’Algeria è il fornitore numero uno dell’Italia, dal 1983 (primo accordo Eni-Sonatrach). Il gas algerino arriva attraverso due gasdotti:
- TransMed (o gasdotto Tunisia-Sicilia): parte dal giacimento di Hassi R’Mel (Sahara algerino), attraversa la Tunisia, arriva in Sicilia (Mazara del Vallo). Capacità: 34 mld m³/anno.
- Galsi (progetto sospeso): doveva collegare l’Algeria alla Sardegna via mare, ma è stato abbandonato per costi eccessivi. L’Algeria ora alimenta anche il gasdotto che arriva in Spagna (Medgaz).
Chi controlla: Sonatrach (azienda di Stato algerina) produce il gas; Eni e Snam (Italia) lo trasportano e distribuiscono. I contratti sono pluriennali (20-30 anni), con clausole take-or-pay (l’Italia paga anche se non ritira).
Riserve: 4.500 mld m³ (circa 50 anni al ritmo attuale). Ma l’Algeria sta esaurendo i giacimenti storici (Hassi R’Mel è in produzione dal 1956). Nuovi giacimenti (Tin Fouyé, Ahnet) sono più piccoli e costosi.
Rischi:
- Instabilità politica: l’Algeria ha avuto proteste di massa nel 2019 (Hirak), colpo di Stato militare nel 2024. Il regime è stabile ma fragile.
- Conflitto con il Marocco: l’Algeria ha chiuso il confine con il Marocco nel 2021 e rotto le relazioni diplomatiche. Il gasdotto Maghreb-Europa (che passava per il Marocco) è stato chiuso.
- Dipendenza europea: l’Algeria vende il 60% del suo gas all’Europa. Se l’Europa si allontana (per rinnovabili), l’Algeria perde la principale fonte di reddito. Questo crea tensioni sui prezzi.
2. Russia — 11 mld m³ (17%, in forte calo)
Prima del 2022, la Russia forniva il 38% del gas italiano (29 mld m³). Dopo le sanzioni europee e la guerra in Ucraina, il flusso è crollato. Nel 2026, la Russia fornisce il 17% (11 mld m³), quasi tutto come GNL (gas naturale liquefatto) tramite navi, non più tramite gasdotto.
Il gasdotto Tarim-Sud (che passava per l’Ucraina) è stato chiuso nel 2025. Il Blue Stream (Mar Nero-Turchia) opera a capacità ridotta. Il TurkStream (Mar Nero-Turchia-Bulgaria) trasporta gas russo ma l’Italia non vi attinge direttamente.
Chi controlla: Gazprom (azienda di Stato russa) produce; l’Europa compra tramite contratti spot (giornalieri) sul mercato TTF olandese, non più tramite contratti pluriennali.
Rischi:
- Guerra in Ucraina: il gas russo può essere interrotto in qualsiasi momento per decisione politica di Mosca.
- Sanzioni: l’UE ha imposto un price cap sul gas russo e discute un embargo completo.
- Riduzione della produzione: i giacimenti russi (Yamal, Bovanenkovo) perdono capacità per mancanza di tecnologia occidentale (sanzioni).
3. Azerbaijan — 8 mld m³ (12%, in crescita)
L’Azerbaijan è il fornitore emergente dell’Italia. Il gas azero arriva attraverso il TAP (Trans-Adriatic Pipeline), che parte dal giacimento di Shah Deniz (Mar Caspio), attraversa Georgia, Turchia, Grecia, Albania, e arriva in Puglia (Melendugno).
Il TAP è entrato in funzione nel 2020 con capacità di 10 mld m³/anno, in espansione a 20 mld m³ entro il 2027. L’Italia ha contratti pluriennali con Socar (azienda di Stato azera) fino al 2045.
Chi controlla: il consorzio Shah Deniz (BP 28%, TPAO 19%, SOCAR 16%, altri). Il TAP è controllato da un consorzio internazionale (BP, Snam, Fluxys, Enagás).
Riserve: 2.500 mld m³ (circa 30 anni al ritmo attuale). Ma l’Azerbaijan usa anche il gas per sé (70% dell’elettricità azera è da gas).
Rischi:
- Guerra fredda con l’Armenia: il conflitto del Nagorno-Karabakh (2020-2023) ha destabilizzato la regione. Se il conflitto si riaccende, le infrastrutture energetiche potrebbero essere colpite.
- Dipendenza dalla Turchia: il gas azero attraversa la Turchia (TANAP). Se la Turchia chiude il transito (per dispute con l’UE), l’Azerbaijan si ferma.
- Concorrenza: l’Azerbaijan vuole vendere anche all’Europa orientale (Bulgaria, Romania), riducendo la disponibilità per l’Italia.
4. Libia — 5 mld m³ (8%)
La Libia fornisce gas all’Italia attraverso il GreenStream, un gasdotto sottomarino di 520 km che parte dalla costa libica (Mellitah) e arriva in Sicilia (Gela). Capacità: 8-11 mld m³/anno.
Il gas libico è prodotto da un consorzio Eni-NOC (National Oil Corporation libica), con contratti fino al 2040.
Chi controlla: NOC (azienda di Stato libica) produce; Eni trasporta e distribuisce. La Libia è politicamente divisa fra due governi (Tripoli e Bengasi), ma il gas continua a fluire perché è l’unica fonte di reddito del paese.
Riserve: 1.500 mld m³ (circa 60 anni al ritmo attuale). Ma l’estrazione è intermittente per conflitti locali e blocchi delle infrastrutture.
Rischi:
- Guerra civile: la Libia è in stato di guerra civile intermittente dal 2011. Più volte il gas è stato interrotto per blocchi delle valvole o attacchi agli impianti.
- Militarizzazione: Russia (Wagner), Turchia, Egitto hanno presence militare in Libia. Un’escalation potrebbe interrompere il gas.
- Instabilità della NOC: la NOC è tecnicamente competente ma politicamente sotto pressione. Cambi di governo portano a cambi di direzione.
Il ruolo del GNL (gas naturale liquefatto)
Oltre ai 4 gasdotti, l’Italia importa gas via nave come GNL (gas liquefatto a -162°C, trasportato in navi metaniere, rigasificato nei terminali italiani).
L’Italia ha 3 terminali di rigasificazione:
- Panigaglia (La Spezia): 3,5 mld m³/anno (il più vecchio, dal 1971)
- Adriatic LNG (Rovigo, offshore): 8 mld m³/anno (il più grande)
- Piombino (navale, FSRU): 5 mld m³/anno (nuovo, dal 2023)
Più 2 FSRU (Floating Storage Regasification Units) navali:
- Italgas Genova: 5 mld m³/anno (dal 2024)
- Civitavecchia: in progetto
Totale capacità GNL: 21,5 mld m³/anno. Il GNL arriva da:
- USA (Texas, Louisiana): 40% del GNL italiano
- Qatar: 25%
- Algeria: 15% (GNL dal porto di Arzew)
- Egitto: 10%
- Altri (Nigeria, Trinidad, Australia): 10%
Vantaggi del GNL
- Flessibilità: puoi comprare gas da qualsiasi produttore, senza essere legato a un gasdotto
- Diversificazione: riduci la dipendenza da un singolo fornitore
- Rapidità: un FSRU navale si installa in 12-18 mesi, vs 5-7 anni per un gasdotto
Svantaggi del GNL
- Costo: il GNL costa 30-50% più del gas via gasdotto (liquefazione, trasporto navale, rigasificazione)
- Emissioni: il processo di liquefazione e trasporto aggiunge 15-20% di emissioni CO2 rispetto al gasdotto
- Volatilità: il prezzo del GNL segue il mercato globale (Asia compete per le stesse navi), non quello regionale
La mappa della vulnerabilità italiana
Mettendo insieme i dati, ecco la mappa di vulnerabilità del gas italiano:
| Fornitore | % gas italiano | Rischio interruzione | Tempo di recupero |
|---|---|---|---|
| Algeria | 41% | Medio (politico) | 6-12 mesi (alternativa GNL) |
| Russia | 17% | Alto (guerra) | Immediato (già in calo) |
| Azerbaijan | 12% | Medio (transito Turchia) | 3-6 mesi (riduzione flusso) |
| Libia | 8% | Alto (guerra civile) | 1-3 mesi (riavvio dopo cessate ostilità) |
| GNL spot | 17% | Basso (mercato globale) | Immediato (se prezzo disponibile) |
| Produzione interna | 5% | Basso | n/a |
Scenario peggiore: se Algeria e Libia si fermano contemporaneamente (scenario improbabile ma non impossibile se l’instabilità nordafricana si diffonde), l’Italia perde il 49% del gas. Le riserve di stoccaggio italiane (15 mld m³) durerebbero 3 mesi. Dopo, si entra in razionamento (chiusura industrie, limitazione riscaldamento).
Le riserve di stoccaggio
L’Italia ha 11 siti di stoccaggio sotterraneo (caverne saline e giacimenti esauriti), gestiti da Stogit (gruppo Snam), con capacità totale di 15-16 mld m³. Questo gas viene accumulato in estate (quando il consumo è basso) e usato in inverno (quando il consumo sale).
La capacità di stoccaggio copre circa il 22% del consumo annuo. È sufficiente per gestire i picchi invernali, ma non per sostituire un fornitore interrotto per più di 3-4 mesi.
A livello europeo, l’UE richiede che ogni paese abbia stoccaggi pieni al 90% prima dell’inverno. L’Italia raggiunge questo obiettivo ogni anno, ma è un obiettivo minimo, non un margine di sicurezza reale.
Cosa succede se un fornitore si ferma
Scenario: l’Algeria si ferma
L’Algeria fornisce il 41% del gas italiano. Se il TransMed si ferma (per colpo di Stato, conflitto, sabotaggio):
- Giorni 1-7: l’Italia attinge agli stoccaggi (perdite minime, prezzi in rialzo del 30-50%)
- Settimane 2-8: aumento delle importazioni GNL (USA, Qatar), ma a prezzi più alti (competizione con Asia e resto Europa)
- Mesi 2-6: razionamento industriale (chiusura delle industrie energivore: ceramica, chimica, acciaio)
- Mesi 6-12: se la crisi persiste, razionamento civile (riduzione temperature riscaldamento, chiusura scuole)
Costo stimato per l’economia italiana: 50-80 miliardi di euro (crollo PIL 3-5%, come nel 2022).
Scenario: l’Azerbaijan si ferma
L’Azerbaijan fornisce il 12%. Se il TAP si ferma (per conflitto Armenia-Azerbaijan o blocco turco):
- Il gas azero viene sostituito con GNL e gas algerino, ma a costi superiori
- Aumento della bolletta del 10-15%
- Nessun razionamento (il 12% è gestibile con stoccaggi e alternative)
Perché l’Italia non ha un piano B
L’Italia dipende dal gas per il 40% dell’elettricità e il 70% del riscaldamento. Il piano B ufficiale è:
- Aumentare il GNL (da 17% a 30% del mix gas)
- Diversificare i fornitori (Egypt, Mozambico, Nigeria)
- Aumentare le rinnovabili (ridurre la domanda di gas)
- Efficienza energetica (ridurre i consumi)
Ma il piano B ha problemi:
- Il GNL costa di più e compete con l’Asia (Cina, Giappone, Corea)
- I nuovi fornitori (Egypt, Mozambico) hanno riserve limitate e instabilità politica
- Le rinnovabili crescono troppo lentamente (4-5 GW/anno vs 8-10 necessari)
- L’efficienza energetica richiede investimenti nelle case (60% in classe F-G)
Cosa puoi fare tu
La geopolitica del gas non la decidi tu, ma puoi ridurre la tua esposizione:
1. Sostituisci la caldaia a gas con pompa di calore
La pompa di calore usa elettricità (non gas). Se l’elettricità viene da fotovoltaico, sei completamente indipendente dal gas.
2. Installa fotovoltaico
Riduci la dipendenza dalla rete elettrica (che è al 40% da gas). Ogni kWh prodotto da fotovoltaico è un kWh che non dipende da Algeria, Russia, Azerbaijan o Libia.
3. Isola la casa
Riduci i consumi di riscaldamento del 30-50%. Meno gas consumi, meno sei esposto ai rincari e alle interruzioni.
4. Considera il GPL per il riscaldamento
Se non puoi installare una pompa di calore, il GPL (gas di petrolio liquefatto) è un’alternativa al gas metano. È più caro per kWh, ma è stoccabile in cisterne locali, senza dipendere dai gasdotti.
5. Passa a un fornitore con mix diversificato
Alcuni fornitori elettrici (es. NeN, Octopus) offrono contratti con prezzo fisso pluriennale, che ti proteggono dalle oscillazioni del PUN (che segue il prezzo del gas). Verifica le offerte disponibili.
Domande frequenti
L’Italia può diventare indipendente dal gas? Non nel breve termine (10 anni). Ma può ridurre la dipendenza dal 95% al 60% entro il 2030, con fotovoltaico, pompe di calore, e efficienza energetica. Il gas resterà come backup, ma non più come fonte principale.
Il gas russo tornerà ai livelli pre-2022? No. L’Europa ha deciso di ridurre la dipendenza dalla Russia. Il gas russo scenderà allo 0% entro il 2027, secondo le proiezioni UE.
L’Azerbaijan è un fornitore affidabile? Relativamente. Ha riserve sufficienti e contratti pluriennali con l’Italia. Ma il transito attraverso la Turchia è un punto debole geopolitico.
Il GNL americano è una soluzione? Parzialmente. Gli USA hanno grandi riserve di shale gas e stanno esportando sempre più GNL in Europa. Ma il GNL costa di più del gasdotto e compete con la domanda asiatica.
Le rinnovabili possono sostituire il gas? Sì, a lungo termine. Ma richiede tempo e investimenti. Per sostituire i 35 mld m³ di gas usati per l’elettricità, servono 60-80 GW di fotovoltaico (dal 30 GW attuale) e 20 GW di eolico (dal 12 GW).
Per concludere
La geopolitica del gas italiano è una catena di dipendenze fragili. L’Algeria è il fornitore principale ma politicamente instabile. La Russia è in via di esclusione. L’Azerbaijan è emergente ma dipende dalla Turchia. La Libia è in guerra civile. Il GNL è flessibile ma caro e volatile.
L’Italia è il paese europeo più esposto alle interruzioni del gas, perché combina alta dipendenza (95% import), alta quota di gas nell’elettricità (40%), e fornitori concentrati in regioni instabili (Nord Africa, Caspio).
L’unica vera difesa è ridurre la domanda di gas. Ogni pompa di calore installata, ogni pannello fotovoltaico montato, ogni cappotto termico applicato è un mattone della sicurezza energetica italiana. Non per l’ambiente, per l’indipendenza. Per non dipendere da chi, domani, potrebbe chiudere il rubinetto.
Leggi anche: Il picco del petrolio già avvenuto nel 2008 — Perché l’Italia dipende ancora dal gas — Prezzi energetici 2026-2030: previsioni.
Per approfondire, leggi anche la nostra guida su prezzi energetici 2026-2030 e bollette e sull’intermittenza delle rinnovabili e il ruolo del gas.
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